Notte di Qualità | Approfondimenti stupefacenti: “Storia stupefacente della Filosofia”, intervista ad Alessandro Paolucci
1066
post-template-default,single,single-post,postid-1066,single-format-standard,ajax_fade,page_not_loaded,,qode-theme-ver-10.0,wpb-js-composer js-comp-ver-4.12,vc_responsive

Approfondimenti stupefacenti: “Storia stupefacente della Filosofia”, intervista ad Alessandro Paolucci

Approfondimenti stupefacenti: “Storia stupefacente della Filosofia”, intervista ad Alessandro Paolucci

Continua la rassegna “Approfondimenti stupefacenti” a cura del Centro Java!
Ci vediamo lì giovedì 9 Febbraio, dalle ore 18, con Alessandro Paolucci in arte Dio!

 

Che sballo questi filosofi!

Una controstoria stupefacente della filosofia

Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Alessandro Paolucci, esperto di comunicazione digitale, scrittore, filosofo, ideatore del seguitissimo account @Dio su diversi social network e autore del libro Storia stupefacente della filosofia edito nel 2022 da Il Saggiatore.

Libro nato durante il periodo del lockdown e della pandemia, può essere considerato una sorta di controstoria stupefacente della filosofia. Se la società si è più o meno abituata a ritenere normale o accettabile l’uso di sostanze da parte di poeti, pittori e cantanti – i cosiddetti “artisti maledetti” – poco si è approfondito invece sull’uso (in qualche caso abuso) di “droghe” da parte di quelli che dovrebbero essere i fondatori del pensiero occidentale moderno, e quindi portatori di purezza e irreprensibilità. Paolucci ci offre un punto di vista differente che tende a umanizzare e dissacrare, per entrare nel profondo e reale pensiero dei protagonisti della ricerca. Tremila anni di “droghe” e filosofi da Platone a Foucault, passando per Marco Aurelio, Freud, Benjamin, Jünger, Nietzsche e Sartre, ma anche attraverso oppio, hashish, cocaina, mescalina, LSD, anfetamine varie, funghi e pozioni magiche!

Prima di tutto siamo molto incuriositi da come hai condotto la ricerca per la realizzazione di questo libro, quali tracce hai seguito per arrivare a queste storie che hai raccontato e soprattutto come hai fatto a verificarne la veridicità.

Non potendo uscire di casa, all’inizio sono partito dal web con la consapevolezza che ogni traccia che trovavo andava verificata accuratamente, considerata la scarsa attendibilità della rete per alcune notizie storiche e l’importanza del tema trattato. Quando trovavo citato un libro con delle storie interessanti cercavo di recuperare delle fonti attendibili, sul web e poi anche in biblioteca, così potevo verificare direttamente e magari scoprire anche altri testi che raccontavano altre storie, creando un continuum di notizie verificate che hanno arricchito questo lavoro. È stato un lavoro davvero certosino, ci ho messo circa un anno e mezzo a scriverlo. Attualmente sto lavorando sempre con lo stesso metodo a un secondo volume dedicato agli scienziati che si chiamerà appunto Storia stupefacente della Scienza.

Perché ti sei interessato a questo argomento? Da quello che sappiamo per tua stessa ammissione non sei un consumatore e non hai mai fatto uso di sostanze…

Già, ho una naturale repulsione per il fumo di qualunque cosa, e poi sono cresciuto con la Guardia di Finanza in casa, mio padre era uno “sbirro”! A forza di sentir parlare di sostanze vietate, era inevitabile che crescesse la mia curiosità, ma non essendo io interessato al consumo negli anni ho potuto osservare quello che accadeva in tema di droghe e proibizionismo in maniera distaccata, neutra. Non pretendo di possedere alcuna grande verità in questo campo, ma credo di avere un punto di vista un po’ più obiettivo, perché non faccio il tifo per la liberalizzazione delle sostanze per fini personali, cerco solo di capire cosa può avere senso e cosa no, e magari riesco a criticare gli eccessi di entrambe le parti in causa.

All’interno del volume man mano che procediamo verso la nostra epoca, osserviamo anche il progressivo cambiamento e approccio ai consumi delle sostanze da parte dei filosofi che hai studiato.

Il “consumo” dei filosofi nel tempo è cambiato, ovviamente in base alla disponibilità delle sostanze; dalla Rivoluzione Industriale in poi si è iniziato a produrre in maniera massiccia qualsiasi merce, comprese le droghe dell’epoca (erba, cocaina, oppio), e questo ha cambiato le abitudini dei contemporanei trasformando, attraverso la disponibilità illimitata di sostanze, innocui vizi in vere e proprie piaghe come l’oppio nel secolo scorso. Proprio l’oppio rimane comunque la sostanza costante in tutte le epoche, il frutto proibito che ti da grandi poteri, ma anche una maledizione che poi non ti scrolli più di dosso. Se da una parte la diffusione di questa sostanza ha permesso la produzione di una serie di medicinali, soprattutto gli antidolorifici che hanno segnato la differenza tra la medicina “cruenta” di una volta e quella attuale, dall’altra parte però ha generato il demone della tossicodipendenza, da cui è difficile liberarsi e con cui a quanto pare dobbiamo convivere, anche attraverso pratiche di riduzione del danno come fa la vostra Cooperativa.

Possiamo considerare questo libro come una sorta di controstoria della filosofia. Secondo te questo lato oscuro degli autori che hai esaminato è stato volutamente ignorato dalla narrazione ufficiale?

Forse sì, ma involontariamente. Un po’ perché per trattare strettamente il pensiero dei filosofi non è necessario toccare questi argomenti, ma soprattutto perché la nostra società tende a santificare i filosofi, sono i nostri mostri sacri, i fondatori del pensiero occidentale, abbiamo bisogno di immaginarli “puri”, senza macchia, santi laici. I filosofi sono figure a cui noi attribuiamo automaticamente una certa purezza morale, ci viene spontaneo immaginarli così, invece erano uomini coi loro vizi e con le loro debolezze, e per conoscerli meglio e apprezzarli di più mi sembrava interessante considerare anche questo punto di vista, che ovviamente è problematico, ma la filosofia è fatta di problemi. Ad esempio, non è che tutto quello che ha detto Freud sia da considerare falso o inutile per via del suo vizio con la cocaina. Anzi, lui alla fine è riuscito a trovare un equilibrio: sicuramente non stava bene, ma altrettanto sicuramente gli ha giovato nello studio, l’ha fatto lavorare di più e dormire meno. Nel boom della psicanalisi la cocaina ha giocato un ruolo, questo è innegabile, poi ognuno giudichi da sé.
Aldilà dell’ironia che sorge spontanea, mi sembrava interessante andare a vedere cosa avevano prodotto i nostri pensatori anche in condizioni estreme, tipo Nietzsche che soffriva di emicranie davvero debilitanti, e senza l’aiuto di oppiacei e sonniferi non avrebbe prodotto quello che adesso tutti studiano.

Come è stata accolta questa ricerca nell’ambiente della filosofia e in generale ci sono state delle critiche per il tuo approccio non proprio convenzionale?

In questo volume io ho cercato di smitizzare, di dissacrare sia i mostri sacri (i filosofi) che i demoni moderni (le droghe), parlando comunque di argomenti seri e di storie vere. Questa è un’occasione per parlare di sostanze in maniera diversa e scherzosa, che alla fine però ci porta a riflettere su argomenti che riguardano tutti. In alcune presentazioni del libro alcuni professori un po’ seriosi mi hanno criticato, perché ovviamente non accettavano che si scherzasse così su una materia tanto nobile, volevano mantenere questa narrazione della purezza dei filosofi. La tesi di fondo del mio libro, invece, è che i filosofi erano uomini e non santi, e se noi non li facciamo scendere dal piedistallo non capiamo cos’è veramente la filosofia: un lavoro umano, e non divino.
Ho ricevuto qualche critica anche dal mondo degli esperti di psichedelia, che non vedono di buon occhio gli accostamenti tra il loro ambiente e le droghe pesanti come oppio e cocaina, in particolare infastidisce l’uso ambiguo della parola “droga” associata agli psichedelici. In quel campo c’è molta ricerca da fare, che appunto non si può fare a causa dei divieti, e chiamare “droghe” quelle sostanze sarebbe come accettarne tacitamente la criminalizzazione, ma le mie intenzioni non erano quelle, penso di averle ben chiarite.

Per concludere, una delle sostanze che sempre sorprende e che spesso ritorna nella letteratura è l’Ergot, comunemente detta segale cornuta, che già conosciamo per il lavoro tra gli altri di Valerio Evangelisti e Giorgio Samorini. Nel libro viene citata soprattutto nel capitolo che riguarda Platone e altri suoi contemporanei anche non filosofi, come Eschilo, Sofocle, Pindaro e Euripide.

Quella storia è bellissima e molto antica. In quel capitolo ho cercato di essere ancora più preciso, perché io sono un grande scettico, mi sembrava tutto troppo intrigante per essere vero, e quando si ha a che fare con fonti troppo antiche si sbaglia facilmente, eppure qui qualcosa c’è. L’umanità ha un rapporto con l’ergot (o segale cornuta) che arriva da molto lontano: si tratta di un fungo parassita che infesta i campi di cereali, se non si presta attenzione viene macinato insieme ai semi e quindi finisce nelle farine, provocando l’ergotismo, che è un’intossicazione dagli esiti anche gravi, ma più che altro (se tutta una comunità mangiava quel pane) allucinazioni di massa. Nel XX secolo dalla segale cornuta è stato “inventato” l’LSD, ma quella è stata solo una riscoperta moderna di qualcosa che ci ha accompagnato nei millenni. Ormai su questo c’è una vasta letteratura, sembra proprio che le farine intossicate dall’ergot abbiano avuto un ruolo importate nella storia, dalle psicosi per demoni e streghe, alla mitizzazione di certe malattie (mai sentito parlare del fuoco di Sant’Antonio?), e perfino alla filosofia: nella Grecia antica molto probabilmente queste farine erano un ingrediente centrale nel rito iniziatico dei Misteri di Eleusi, e tutti i filosofi, storici, poeti vi partecipavano, anche Platone. E se ha avuto le visioni lui, data la sua importanza, allora le abbiamo avute tutti.