Notte di Qualità | Approfondimenti stupefacenti: “once were ravers”, intervista a Pablito el Drito
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Approfondimenti stupefacenti: “once were ravers”, intervista a Pablito el Drito

Approfondimenti stupefacenti: “once were ravers”, intervista a Pablito el Drito

Continua la rassegna “Approfondimenti stupefacenti” a cura del Centro Java!
Ci vediamo lì giovedì 26 Gennaio, dalle ore 18, con Pablito el Drito e Chiara Fox Fossati

If I Can’t Dance Is Not My Revolution!

Raver brutto sporco e cattivo: storia, decreti e consumi
Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Pablito el Drito attivista, dj, produttore e soprattutto memoria storica trentennale della scena legata ai free party.

In questi giorni il governo di destra presieduto da Giorgia Meloni ha approvato in Senato, 92 favorevoli e 75 contrari, il cosiddetto decreto anti rave (Art. 663 bis del Codice Penale) che mira a regolamentare e reprimere i free party e le libere aggregazioni legate a uno specifico genere musicale con pene che vanno dai 3 ai 6 anni con multe fino a 10 mila euro per gli organizzatori. Il decreto che non nomina mai la parola rave è il primo provvedimento in assoluto del nuovo governo e tratta diversi temi (dall’ergastolo ostativo al reintegro del personale No Vax) che poco hanno a che vedere con la tematica in discussione.
Abbiamo incontrato Pablito el Drito storico milanese delle controculture e dj/produttore che ha scritto diversi saggi sull’argomento rave e le connessioni con il consumo di sostanze.

Cominciamo con un po’ di storia del movimento dei cosiddetti free party, da quanto ci sono in Italia e a che punto siamo per quanto riguarda la scena e le nuove generazioni?

Il rave in Italia nasce circa 30 anni fa, infatti il 1993 è l’anno in cui avvengono diverse feste autogestite in alcune grosse città come Milano, Roma, Bologna e Torino; queste feste sono documentate nel mio libro edito da Agenzia X “Rave in Italy” anche se non escludo che qualcosa sia stato fatto anche prima. Di queste feste del 1993 abbiamo le locandine con date e luogo, ma è possibile che siano state organizzate feste con quelle caratteristiche anche prima del ‘93; negli anni ’80 ad esempio ci furono feste basate sull’occupazione e sull’autogestione ma non a base di musica techno che invece caratterizza i free party a partire dagli anni ’90. Mi vengono in mente le feste libere e gratuite nelle spiagge di Torre del Lago vicino negli anni ottanta organizzate dalla comunità LGBTQ+ che erano feste illegali, senza permessi e senza Siae, senza biglietto d’ingresso su terreni comunque pubblici occupati ad hoc. Credo che il rave sia un continuum che si evolve in continuazione. Non si può parlare di generazioni di raver in senso stretto: i figli di quelli degli anni ‘90 ora vengono a ballare magari coi genitori, per cui si può dire che la scena si è evoluta con la convivenza delle varie generazioni.

Cosa è cambiato da trent’anni a questa parte?

All’inizio alle feste venivano poche persone, quasi tutte provenienti dal movimento delle occupazioni, degli squat, dal punk, dal dark, dal mondo hacker, dalla sperimentazione video e musicale basata sull’elettronica, diciamo da un ambiente underground e radicale. Ora invece il rave è diventato un format del divertimento, la scena è esplosa a cavallo del millennio e non riguarda più centinaia di persone, ma migliaia. Con la diffusione di internet la festa è diventata più accessibile e il luogo preposto e segreto raggiungibile con facilità: si passa infatti dalla modalità per cui dovevi trovare il flyer (volantino) che indicava un meeting point (punto d’incontro) a un’altra situazione, in cui l’informazione viaggia su internet e su cellulare. Tutto ciò facilita l’accesso al rave e alla sua localizzazione, diventa impossibile perdersi o non trovare il luogo scelto. Alle feste, come le ultime a Modena o a Valentano, arrivano migliaia di persone di tutti i tipi, non più necessariamente legati all’ambiente sotterraneo di cui parlavamo prima.

Il movimento dei free party si può considerare come l’ultima delle controculture?

In termini storici penso di sì: ad oggi non vedo delle scene o movimenti che compiono riti di trasgressione di massa così forti e cosi influenti da finire massacrati dal sistema dell’informazione come lo furono a suo tempo anche beat, punk e hippy. Ad esempio non considero la Trap – che pur apprezzo per molti versi – come una controcultura perché è un genere musicale che è veicolato fin da subito dal sistema dell’informazione. Infatti nasce e si diffonde tramite i video su You Tube. Il rave invece era nascosto, esattamente come lo è stata agli albori la scena beat, punk o hippy. È un fenomeno che nasce sotterraneo e che resta sotterraneo per anni, prima che polizia e mass media lo riuscissero a inquadrare.

Cosa ne pensi del famigerato decreto anti rave? Come in Inghilterra negli anni 90 anche in Italia per la prima volta uno stile musicale viene vietato per legge, i raver sono ancora considerati degli outsider radicali?
Meloni ha un concetto della società dove non puoi auto organizzare la tua vita. Secondo lei devi seguire delle piste già indicate dallo stato e dalla sua burocrazia: andare a lavorare, guadagnare dei soldi (sempre meno) per poi spenderli in certi posti per comprare certi prodotti. Lei è figlia di una cultura autoritaria, cattolica, statalista e fortemente normativa. Il raver invece è portatore di valori completamente antitetici a quella cultura, per questo diventa il bersaglio naturale di questo modo di fare politica basato non sulla risoluzione di problemi veri (casa, reddito, salute, welfare), ma sulla creazione di criminali tramite la creazione di nuovi reati penali. Vale per i raver, vale per le ONG, vale per gli stranieri che cercano di vivere nel nostro paese, varrà per i poveri a cui invece del reddito di cittadinanza offrono miseria e galera. Nella narrazione tossica e nell’immagine stereotipata dei media il raver diventa il nemico dello stato, viene dipinto come un barbaro-tossico-distruttore di cose altrui. Anche perché i raver con la loro attività vanno a infrangere delle norme che sono dei pilastri della nostra società, come la proprietà privata.

Come sono cambiati i consumi delle varie sostanze nella tua percezione in questi trent’anni?
All’inizio c’erano le pasticche e i trip, poi è arrivato lo speed, successivamente sono arrivate le altre polveri tra cui la ketamina e in seguito anche la cocaina. Quest’ultima sostanza vorrei sottolineare non ha nulla a che vedere con la cultura dei rave perché è trattata dai mafiosi esattamente come l’eroina; la cocaina alle feste è arrivata quando ai party sono arrivati i discotecari che provengono da situazioni molto diverse e più fighette rispetto all’ambiente dei punk e degli squatter dei primordi. Per quanto riguarda l’eroina invece è una droga da quasi 50 anni presente nelle metropoli. Garantendo l’accesso a tutti capita che ci siano ai party anche soggetti che consumano questa sostanza magari inalata o fumata, difficilmente iniettata; nei primi anni c’era un grosso stigma sull’uso ai party, mentre attualmente c’è più disinvoltura.
Comunque se trent’anni fa ai rave circolavano droghe che in altri ambienti non esistevano adesso con l’apertura a un pubblico più vasto e diversificato e proveniente dai più disparati ambienti è fisiologico che circolano altri tipi di sostanze. Negli ultimi venti anni poi si è abbassata l’età dei partecipanti alle feste, arrivano persone molto giovani che sono poco informate sulle sostanze e sugli effetti; questo è un problema, prima i giovanissimi non c’erano e oggi aldilà di quello che consumano, spesso anche solo alcool e cannabis, sono purtroppo molto inesperti.

Le politiche e le pratiche di riduzione del danno sono ancora sufficienti? Si può fare qualcosa di più?

Per fare prevenzione vanno agganciati i più giovani che come dicevo prima sono inesperti e usano male le sostanze. Vanno utilizzati operatori esperti che parlino il loro linguaggio. Il drug checking (test chimico delle sostanze) è utile per prevenire disastri. Molte persone acquistano sostanze che poi all’analisi chimica si rivelano tutt’altro e questo può causare danni alla persona. Per ridurre i danni questo strumento si rivela necessario così come l’informazione per un corretto utilizzo delle sostanze. Noi ex raver dobbiamo trasmettere questa consapevolezza: ne abbiamo la responsabilità e il dovere.

Cosa ne pensi dei presidi anti molestie sessuali che negli ultimi tempi affiancano quelli della riduzione del danno nelle serate, purtroppo anche in quelle autogestite e meno commerciali?< Il tema delle molestie e del sessismo è emerso quando il numero di donne partecipanti alle feste è cresciuto ed hanno iniziato a farsi sentire; nella scena rave viene affrontato questo tema che è ben presente nella società attuale, per fortuna nei party con una gestione più politica della festa questi episodi accadono in maniera meno frequente che in discoteca. L’esempio comunque è il lavoro che fanno nei club in Germania, che rispetto all’Italia è anni luce più avanti.